lunedì 23 febbraio 2009

pezzi pezzi pezzi

solo pezzi di vita, di me, di tutto che si affollano sul pavimento, taglienti e senza senso. è rimasto solo questo perché qualcuno è stato capace di deludermi, ferirmi, tornare, promettere e prendere la residenza e poi farsi beccare a scriversi e telefonarsi con un'altra con la precisa intenzione di mettere in piedi una storia parallela !
adesso è fuori per sempre, con la sua vigliaccheria, la sua bastardaggine. io ancora non mi capacito. sono salita su treni, aerei, macchina, km e paure, futuro incerto e due case... e questo mi sono trovata ! un vigliacco. era già abbastanza brutto così tutto questo dolore, e invece lunedì ha preso la residenza e ieri è scappato senza sapermi dare nemmeno una spiegazione !

giovedì 19 febbraio 2009

Chiara Canzian “Prova A Dire Il Mio Nome"

Ora provaci
almeno provaci
e quando tutto è buio
e quando non vedi più i colori
tu provaci ancora.

Prova a dire il mio nome
in un giorno in cui il sole
non ha voglia più di uscire.

Prova a dire il mio nome
verrà fuori quel sole
sarà chiara la tua pelle
tu lo sai quella più chiara
sono io.

messaggio in codice (civile)

Secondo il codice civile, la residenza è il luogo in cui la persona ha la dimora abituale. Non essendo specificato che cosa sia la dimora, il significato del termine è quello comune: il luogo in cui una persona si trova ad abitare. È possibile avere più di una residenza di fatto, anche se per qualificare una abitazione come dimora è necessario un minimo di stabilità (!!! ndpaloma).

Anche se nel parlare comune i due concetti hanno un valore analogo, dal punto di vista giuridico la residenza (che ha a che fare con l'abitare) non coincide necessariamente con il domicilio (definito come sede di affari e interessi), che ne è quindi ben distinto.

Nell'ambito del territorio italiano, la residenza può essere riferita ad un solo luogo, ai fini dell'iscrizione alle liste elettorali, dell'abitazione che viene dichiarata come prima casa, e di tutti gli altri benefici fiscali e legali cui hanno diritto i residenti in una determinata località. (e dei benefici affettivi? ndpaloma)

fonte: Wikipedia

giovedì 12 febbraio 2009

dis-persa

già perché tra viaggi e miraggi, tra due posti di lavoro in uno, colleghi diversi, abitudini diverse, due capi, giorni alterni e ogni tanto la capatina a casa bis ! aiuto. vorrei avere un clone per dividermi le cose da fare; per l'ennesima volta sono un po' randagia, un po' precaria, un po' stranita, un po' di corsa, un po' stanca... vorrei come sempre un po' di stabilità, ma mi sa che il muovermi è il mio karma... potevano almeno farmi due ruote al posto dei piedi no?
e il paradosso è che con tutta questa incertezza, casino e varie non ho ancora trovato il tempo di andare in palestra ! ecco troppo movimento nella vita mi provoca sedentarietà ! aiuto !

martedì 10 febbraio 2009

del perchè ho alcuni dubbi

Corriere della Sera
«Ero per l' eutanasia, ora ho il cancro E voglio vivere fino all' ultimo giorno»
Sylvie Ménard, oncologa milanese: mi è crollato il mondo, poi sono rinata

MILANO - «Ho il cancro», dice incredula a se stessa. «Ho il cancro proprio io che per trent' anni l' ho studiato per curare gli altri», si ripete ogni secondo. «Ho il cancro e so che sono destinata a morire», è il suo pensiero fisso. La diagnosi che un collega medico le comunica il 27 aprile 2005 risuona come un mantra nella testa di Sylvie Ménard per una settimana: lei, alla guida dell' Oncologia sperimentale dell' Istituto dei tumori di Milano, tra i fiori all' occhiello della sanità a livello italiano, proprio lei improvvisamente si trova a non essere più la ricercatrice dalle 300 pubblicazioni internazionali sulle terapie antitumorali, ma solo una donna di 60 anni, compiuti il 1° luglio, con un tumore al midollo osseo. E per di più inguaribile. «Sono morta e rinata nello stesso tempo - confessa -. È come se nel mio cervello ci fosse stato un bypass cerebrale». C' è una nuova Sylvie Ménard oggi. Dopo avere combattuto per tutta la sua carriera per riconoscere ai malati il diritto di morire con l' eutanasia, da due anni e mezzo - meglio da quel 27 aprile 2005 - il medico rivendica con forza il diritto di vivere. «Adesso che per me la morte non è più un concetto virtuale non ho nessuna voglia di andarmene - dice la ricercatrice mentre mangia tagliatelle ai funghi durante la pausa del convegno sull' Eutanasia in oncologia in via Venezian -. Anche se concluderò la mia vita in un letto con le ossa che rischiano di sbriciolarsi, io ora voglio vivere fino in fondo la mia esistenza». Appena le comunicano i risultati degli esami («Una forma gravissima di mieloma»), nonostante le sue conoscenze mediche, la Ménard prende in mano un testo scientifico. Lì legge un' altra sentenza choc: «Le statistiche dicono che nel mio caso la sopravvivenza media è di tre anni». Da quel giorno, e per un bel po' , Sylvie rinuncia al suo hobby di piantare fiori nel giardino di casa consapevole che non li avrebbe visti crescere. Iniziano i cicli di chemioterapia, le fanno due trapianti di midollo osseo. Le difficoltà dei pazienti che devono affrontare le liste d' attesa le sperimenta sulla sua pelle, mille dubbi l' assalgono nella scelta dell' ospedale dove farsi curare. «Alla fine ho deciso di restare qui all' Istituto dei tumori - spiega -. Posso avere le stesse terapie che avrei negli Stati Uniti senza fare affrontare a mio marito e a mio figlio un viaggio della speranza». Del periodo trascorso in una camera sterile di via Venezian la Ménard ricorda gli sguardi d' affetto degli amici al di là del vetro: «Perché mai dovrei rinunciare a queste emozioni? Sono stati, comunque, bei momenti». Da settembre Sylvie Ménard, parigina d' origine, fa parte della «Consulta nazionale dei medici ammalati per la riforma della medicina», insediata da Livia Turco il 6 settembre. Il suo sogno è contribuire a rendere più umana l' assistenza. «Punto di partenza: il ministero della Salute deve mettere a disposizione su Internet una mappa con i centri d' eccellenza dove potersi rivolgersi a seconda del tipo di malattia, con l' elenco dei casi seguiti e delle apparecchiature a disposizione. I pazienti devono potere essere sicuri di avere le migliori cure possibili». La ricercatrice pensa spesso anche alle parole di Sandro Bartoccioni, un pioniere della cardiochirurgia, ammalato di tumore e scomparso di recente: «La medicina oggi può e deve togliermi il dolore - dice il cardiochirurgo nel libro Dall' altra parte, scritto con altri due colleghi malati, Gianni Bonadonna e Francesco Sartori -. Se non lo fa, io mi ucciderò, ma non sarà un suicidio, sarà un' omissione di soccorso». La convinzione della Ménard è la stessa: «Uno decide di morire se è solo e soffre come un cane - sottolinea -. È la sconfitta del sistema sanitario, impotente davanti alla sofferenza risolvibile con le cure palliative». Alle 15 di ieri, camice bianco e capelli sbarazzini, il medico prende la parola nell' aula magna di via Venezian. La ascoltano colleghi di lavoro, ma anche compagni di malattia: «Io di eutanasia non voglio neppure sentire parlare -, dice con la voce ferma -. E del testamento biologico? Da sana l' avrei sottoscritto, oggi l' avrei dovuto stracciare». Da qualche tempo Sylvie Ménard è tornata a gettare semi nel suo giardino. Gli ultimi sono quelli di un albero.

Ravizza Simona

Pagina 12
(4 ottobre 2007) - Corriere della Sera

del perché ho alcuni dubbi N2

Intervista a Sylvie Menard

di Paolo Lambruschi

Le prospettive cambiano quando la morte ti guarda negli occhi. Quando la diagnosi di una malattia dalla quale non si può gua rire viene scritta sotto il tuo nome. Allora non pensi più all’eutanasia, ad abbreviare la tua vi ta prima del tempo. Tutto si ribalta, valori e con vinzioni. Anche se prima, quando avevi il do no della salute, credevi che fosse un diritto e u na tua libertà avere una morte degna che ab breviasse le sofferenze. Dopo, invece, vuoi vi verla fino alla fine, la tua esistenza.

Vuoi ag grapparti a ogni minuto e alla speranza molto umana che alla fine salti fuori una cura mira colosa. Sylvie Menard, 61 anni, parigina e laureata alla Sorbona, è una ricercatrice oncologica che da 40 anni lavora in Italia per trovare cure anti­cancro. In una delle eccellenze scientifiche ita liane, l’Istituto dei tumori di Milano, è stata al lieva di Umberto Veronesi ed è stata direttrice del Dipartimento di oncologia sperimentale. Oggi è in pensione, ma collabora sempre con l’ospedale. Il 26 aprile del 2004, a seguito di un malore, le venne diagnosticato un tumore al midollo osseo da cui non si guarisce.

Cosa è cambiato da quel giorno, dottoressa Me nard?
Tutto. Mi sono guardata allo specchio e mi so no detta che non era vero, era un errore. Dopo tante sofferenze, ho cambiato le mie convin zioni sulla vita e sulla sua fine.

In che senso?
Sono sempre stata a favore del testamento bio logico e dell’eutanasia. Ne avevo scritto uno pri vatro, ma l’ho strappato perché non voglio che ne venga fatto un uso improprio. Non voglio morire, voglio vivere fino all’ultimo. E credo che la scienza debba aiutare a curarmi.

Anche se la sua vita di malata non fosse degna?
Per me è sbagliato parlare di vita indegna e di morte dignitosa. Sono concetti elaborati dai sa ni. I malati non la pensano così e andrebbero a mio avviso coinvolti e ascoltati qualora si volesse discutere una legge sul testamento biologico. La vita è sempre degna. La verità che si vuole co prire è un’altra: in Italia i malati terminali e le loro famiglie sono troppo spesso lasciati soli e siamo indietro nelle terapie antidolore. Certo, se a una persona sana prospetti una fine sof ferta, un’agonia dolorosa, affermerà che prefe risce l’eutanasia. Ma in un paese davvero civi le esistono alternative. Se una persona è de pressa e vuole suicidarsi, non mi pare etico dar le una mano e spingerla giù da un parapetto.

Qualcuno potrebbe obiettare che va evitato l’accanimento terapeutico…
Mi sono convinta in 40 anni di lavoro e ascol tando le esperienze in corsia dei colleghi che in realtà non esiste accanimento. Anche questo è un problema posto dai sani. Sono le famiglie e i malati terminali a chiedere di non sospende re le terapie, a sperare che la prossima cura sia quella giusta. Nessuno accetta di sentirsi dire che non c’è più nulla da fare.

Solitudine delle famiglie dei pazienti e arre tratezza della ricerca. Con le differenze del ca so, non è la situazione degli stati vegetativi?
Sicuramente. Non sono una specialista, ma so no una ricercatrice e mi fido solo dei dati. An zitutto, degli stati vegetativi la scienza medica sa ancora troppo po co. Poco o nulla è di mostrato perché non è un settore che ab bia interessato molto questa sanità sempre alla ricerca di fondi. Di conseguenza c’è molta disinformazio­ne. Basta leggere quello che pubblica no molti giornali sul la vicenda di Eluana. In alcuni si parla a sproposito di questi malati, definendoli ad e sempio ‘comi vegetativi’ che non esistono. E luana, poi, vive senza macchinari e non è ter­minale. Poiché la scienza non conosce il suo stato di coscienza, mi domando perché ucci dere questa donna sia diventata la prova che l’Italia è un paese civile. Se vi sono dubbi sulla sua vita, non si risolvono ammazzandola.

Come valuta la vicenda?
C’è un padre che si è trovato solo ed è stato con vinto da alcuni medici che sua figlia deve mo rire perché quella che sta conducendo non è vita. Eppure il cuore di Eluana batte e lei respi ra. Come fa uno scienziato, un medico, ad af fermare che non è viva? E che non soffrirà se le verrà sospesa l’alimentazione? Le suore Mise­ricordine di Lecco che hanno assistito Elua na per anni, pur sen za una laurea in me dicina, non hanno dubbi sul fatto che sia viva. Altro paradosso, qualche tempo fa si e ra letto che la donna aveva avuto gravi pro blemi rischiando di morire. Allora perché l’hanno fatta curare?

Il professor Defanti ha definito la sospensione dell’alimentazione una morte dolcissima.
È l’uomo che ritiene di cominciare da oggi a di mezzarle l’alimentazione, atto ancor più cru dele. Mi chiedo cosa ne sappia, certo non ha mai parlato con uno di questi pazienti. Se si sbaglia e queste persone provano sensazioni, immagi nate cosa patirà E luana quando le to glieranno il sondino per l’alimentazione e morirà di fame e sete in 15 giorni.

Eluana avrebbe det to a famigliari ed amiche di preferire la morte allo stato vegetativo.
Può darsi. Ma chi ha la certezza che anche se in stato vegetativo, oggi non abbia cambiato idea e preferisca vivere? La scienza non ci offre si curezze.

Cosa rischia l’Italia con questa vicenda?
Se la sentenza viene eseguita, si rischia di apri re una porticina verso la morte in cui possono scivolare prima di tutto le 2500 persone in sta to vegetativo in Italia. Senza contare i malati di Alzheimer e le demenze senili. Vi saranno infatti medici e famigliari che si chiederanno perché loro devono continuare a vivere se Eluana è morta. Qualcuno potrebbe anche farsi venire la tentazione di far pulizia delle persone che non sono sa ne e perfette. Neonati compresi.

Una vera e propria deriva di morte a suo giudizio, insomma.
Si, senza contare il messaggio culturale falso e offensivo verso i malati in stato vege tativo e le loro fami glie che soffrono e fanno dei sacrifici e normi per amore dei loro cari. In pratica si dice loro che è tutto inutile, che i loro congiun ti stanno vivendo una vita indegna. Questa cul tura mi fa paura perché rifiuta chi è diverso, il malato e assegna ai sani il diritto di decidere chi può vivere.

Dottoressa Menard, lei crede in Dio?
No, ho avuto un’educazione cattolica, ma non sono riuscita a conciliare fede e scienza. Da quando ho il tumore vorrei tanto credere in Dio, mi aiuterebbe. Dalla vicenda di Eluana sembra che siano solo i cattolici a difendere la vita. Che non credenti e laici siano per la morte. Invece non deve essere così, la vita è un diritto che va difeso da tutti.

Pubblicato su Avvenire il 6 febbraio 2009

mercoledì 4 febbraio 2009

post it per me !

Quando ti sembra di avere troppe cose da gestire nella vita,
quando 24 ore in un giorno non sono abbastanza, ricordati del vaso della
Maionese
e dei due bicchieri di vino...

Un professore stava davanti alla sua classe di filosofia e aveva davanti
alcuni oggetti.
Quando la classe incominciò a zittirsi, prese un grande barattolo di
maionese vuoto e lo iniziò a riempire di palline da golf.
Chiese poi agli studenti se il barattolo fosse pieno e costoro risposero che
lo era.
Il professore allora prese un barattolo di ghiaia e la rovesciò nel
barattolo di maionese. Lo scosse leggermente e i sassolini si
posizionarono negli spazi vuoti, tra le palline da golf.
Chiese di nuovo agli studenti se il barattolo fosse pieno e questi
concordarono che lo era.
Il professore prese allora una scatola di sabbia e la rovesciò,
aggiungendola nel barattolo; ovviamente la sabbia si sparse ovunque
all'interno.
Chiese ancora una volta se il barattolo fosse pieno e gli studenti
risposero
con un unanime 'si'.
Il professore estrasse quindi due bicchieri di vino da sotto la cattedra e
aggiunse il loro intero contenuto nel barattolo,
andando così effettivamente a riempire gli spazi vuoti nella sabbia.
Gli studenti risero.

' Ora', disse il professore non appena la risata si fu placata,
'voglio che consideriate questo barattolo come la vostra Vita.
Le palle da golf sono le cose importanti: la vostra famiglia, i vostri
bambini,
la vostra salute, i vostri amici e le vostre Passioni; le cose per cui,
se anche tutto il resto andasse perduto e solo queste rimanessero, la
vostra vita continuerebbe ad essere piena.
I sassolini sono le altre cose che hanno importanza, come il vostro
lavoro, la casa, la macchina...
La sabbia è tutto il resto: le piccole cose.
> Se voi mettete nel barattolo la sabbia per prima, non ci sarà spazio
per la ghiaia e nemmeno per le palle da golf.
Lo stesso vale per la vita: se spendete tutto il vostro tempo e le
vostre energie dietro le piccole cose, non avrete più spazio per le cose
che sono importanti per voi.
Prestate attenzione alle cose che sono indispensabili per la vostra
felicità: giocate con i vostri bambini, godetevi la famiglia ed i genitori
fin che ci sono; portate il vostro compagno/a fuori a cena .. E non solo
nelle occasioni importanti! Dedicatevi a ciò che amate e alle passioni ,
tanto ci sarà sempre tempo per pulire la casa o fissare gli appuntamenti.
Prendetevi cura per prima cosa delle palle da golf, le cose che contano
davvero. Fissate le priorità...
Il resto è solo Sabbia.

Uno degli studenti alzò la mano e chiese cosa rappresentasse il
vino.
Il professore sorrise : 'Sono felice che tu l'abbia chiesto.
Serve solo per mostrarvi che non importa quanto piena possa sembrare
la vostra vita: ci sarà sempre spazio per un paio di bicchieri di vino con
un amico.

martedì 3 febbraio 2009

mattini vari

Mattina di venerdì un po' di ansia e di nervoso, fine dell'ultima settimana "solita" con prospettive non proprio delle migliori. In piu' il nervosismo comune cozzava di nuovo su cose sciocche facendomi sentire rabbiosa e stufa. Per fortuna la serata inattesa e improvvisata con amici ha reso piu' leggero il rientro a casa. Sabato la sveglia un po' guardinga, che umore saremo oggi? però poi piccole cose inziavano a ingranare. La serata tra commissioni e una cena fuori, tra un abbraccio un po' negato e voglia di "altro". Domenica però sì, che la neve ci ha protetti: lettone coccole e varie di casa, con quella serenità e il compiacimento di essere A casa, nella Nostra Casa. Ecco. Fermarsi lì in quei momenti con me che cucino e lui che stira (giuro!)... ecco così, fermi. Lunedì poi sarà che nevicava, sarà il famoso lunedì che aspettavo con ansia e nervoso, sarà ... ma un bacio sulla porta, ritrovarsi con le macchine affiancate a farsi "ciao ciao" dal finestrino e un biglietto con scritto "benvenuta ... " beh, mi hanno fatto fare un sospiro di sollievo e... sperem ! Ah, dei buoni propositi non se ne è fatto ancora nulla, ma vabbuò !